La mia pittura si riferisce al mondo dei sogni; non intesi ovviamente come aspirazioni, ma come mondo onirico, come “altra vita” o “altro viaggio”. Questo mondo mi ha attratto sin da bambino, talvolta spaventandomi intensamente, ma lo spavento mi ha dato pur sempre la sensazione di trovarmi di fronte all’opera di una sorta di oscuro e potente genio, e al privilegio di assistere ai suoi prodigi.
Tale avventura comportava ogni sorta di rischio tranne quello più temibile: annoiarmi; e poiché niente annoia di meno di ciò che è strano e misterioso, quando potevo cercavo di sognare anche ad occhi aperti fino a concludere, in seguito, che nemmeno la più liscia ovvietà fosse del tutto esente da sorprese.

Quando ero molto piccolo, una cosa che mi affascinava moltissimo era la visione delle immagini dei rebus, di cui non coglievo minimamente lo scopo; per non parlare del teatro delle marionette, delle fiabe e di certi incredibili personaggi e situazioni di quei tempi; quando, più grande, a proposito dei rebus, compresi di cosa si trattasse ebbi una momentanea delusione ma capii come la potenza dell’immagine possa superare il suo significato. Mio padre mi disegnava guerrieri, figure di racconti e personaggi storici; in casa, oltre alla musica e ai libri, erano molto importanti le immagini e la mia mente si popolava di ”pensieri visivi”; l’odore di colori e di resine del suo studio non solo era il più buono del mondo, era la vita: tutto quello che avevamo derivava da esso. La prima monografia mi fu regalata da mia madre, il pittore era Hieronymus Bosch e le conseguenze, nei miei quadri, si vedono ancora oggi . Come tutti i bambini ebbi delle febbri e, nei conseguenti delirii, incredibili visioni e sensazioni in cui la fantasia doveva elaborare complicate vie d’uscita. Nel sonno avevo imparato a volare oltre l’orizzonte e la cosa non aveva prezzo.

Oggi penso che nel sogno si annidi la verità, una verità particolare, intima, non necessariamente confondibile con la realtà, una verità che gioca a nascondino e, soprattutto, svincolata, se non dal tempo, dalla sua schiacciante idea, che è cosa fondamentale; non ci sono orologi, i minuti e i secoli giocano alla pari, perché lì è sempre la stessa ora, quella cosmica, ovvero, come dice Baudelaire: l’eternità.
Il mondo onirico, è il luogo di passaggio obbligato in cui la nascita e la morte stazionano indefinitamente prima che avvenga qualcos’altro, se avviene; e la sua misteriosa chiave è comune a entrambi gli opposti. Il “chi siamo veramente” non può che essere dunque sepolto in esso, come uno scrigno nero in fondo al mare. Può anche darsi, e magari auspicabile, che questo segreto resti in parte o del tutto inviolabile, che ne sfugga l’essenza; ma nulla impedisce, se non la paura di pensare o la sua impossibilità, l’esplorazione di tale abisso e la rappresentazione artistica dei suoi fantasmagorici relitti. Poiché, tolte le esigenze quotidiane del vivere, niente ci riguarda profondamente più di questo ritratto segreto; vivere, se non è navigare verso il suo avvicinamento, è soltanto un inerte invecchiare.

Nei miei quadri, l’omaggio all’attività onirica, si fonde dunque con la memoria di un magico mondo infantile poiché lo stupore visionario è comune a entrambi. Ci sono persone che vedono in essi cose diverse, vi fanno delle proiezioni, c’è chi aggiunge e c’è chi toglie; l’ambiguità è una prerogativa di questo genere di pittura e forse dell’arte in generale di cui, per me, la similitudine migliore è quella di un ponte su cui passa del cibo spirituale; questo comporta che ci sia un’arte anche del riconoscerlo, oltre che del produrlo; come dire che resta toccato dalla poesia soltanto chi è poeta a sua volta; per il solo fatto, quand’anche non le avesse, di averne saputo riconoscere le parole.

Tornando ai quadri, dopo avere cercato di descrivere a grandi linee lo spirito che li muove, sarà meglio lasciar dire anche a loro qualcosa nella propria lingua, come farebbe una musica, fatta di colori e di forme che si aggregano e disgregano creando arabeschi tra le chincaglierie dell’anima e i suoi racconti, che sono il DNA dei sogni. Non ho fortunatamente tutte le chiavi di queste serrature, se le avessi non sarei tanto presuntuoso quanto noioso; e in più sarei facilmente annoiato, poiché, sapendo già come va a finire, mi perderei ogni volta sul nascere lo spettacolo.

Enrico Maria Gonzaga

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Capacità disegnativa e fantasia ci appaiono subito come essenziali componenti della pittura di Enrico Maria Gonzaga. Ma è attraverso lo snodarsi del suo lavoro nel tempo, che si possono scorgere i vari contenuti di una esperienza di vita incatenata su una piattaforma di emozioni, a cui la mente dà il suo contributo nei giochi di sollecitazione e nella eccitazione di interprete della realtà.
Si propone la presa di coscienza. Qualcosa che appare oltre il limite della comune sensorialità per sprofondare nell'inconscio.
Alla scoperta dell'umanità e di ciò che la circonda si incontrano profondità infinite e dimensioni di impulsi che sostituiscono il quotidiano. La figura femminile non trascura la componente erotica, la figura maschile risalta il volto dell'uomo e ne predilige l'aspetto anatomico. Su tutto prende forza ed importanza l'aggiunta, il contorno, il fondale del quadro. Un enorme scenario, un palcoscenico ove si muovono vizi e virtù, simboli e motivi usuali. Tecnica e tematica fatti di grafica e di impasto cromatico, ed ancora visioni di lune, soli, circolarità e sogni. È il divenire eterno, è la vita che scorre senza scadenze, immagini che visualizzano il continuo. Enrico Maria Gonzaga sulla sponda del grande fiume guarda le acque che scorrono limacciose, senza sapere da dove vengono o dove vanno. Scorrono e basta. Ogni tanto un tronco, un riflesso, un fiore. Passano, vanno, scompaiono. Questi segnali lo contraddistinguono, le invenzioni iconografiche lo identificano. Enrico Maria Gonzaga entra nel surrealismo. Niente è come appare, tutto è soggetto ad alterazioni e deformazioni. Simbolicamente è dalla testa dell'uomo che tutto sorge.
Ivi germogliano le idee, fumano metamorfosi e anche la materia si evolve. Nasce la Superragione ed il grande Profeta che indica una realtà non vista o non apprezzata perché la consuetudine, la paura, la noia, tolgono visibilità alla realtà mentale pura, e al godimento metafisico. Rifiuto dei valori romantici e via al libero arbitrio, ai fenomeni allucinanti che portano la mente alle soglie estreme della illogicità per raggiungere un nuovo stile di vita, in piena libertà dalle convenzioni per arrivare allo spazio e al tempo sconosciuto ma appetitoso della irrealtà. Per questo nella pittura l'artista accosta elementi disparati ma straordinari con risultati un po' ripetuti, un po' ossessivi, un po' macabri. In tutto questo il concetto di bellezza bisogna trovarlo su un piano di diversità.
L'estetica è un palpito di negazione che meglio si addice alle fatiche della vita, l'impressione è un vuoto mascherato per non mostrare la civiltà del precario. Enrico Maria Gonzaga arricchisce i suoi quadri con il colore che si acutizza nel rosso, sorprende con i verdi e gela i bianchi, il segno corre sinuoso e stringe occhi e cavalli alati che sorvolano acque stagnanti ed alberi dalle lunghe braccia. Alcuni particolari si ripetono, altri sono simmetrici e si specchiano. Tutto tende a creare un ritmo, un mistero, una lettura che possa esplorare la natura e i suoi componenti come una arcana leggenda.
Alcune impostazioni partono dal figurativo per affacciarsi in panorami ove le architetture si spingono verso il cielo per confondersi nelle nuvole. Volti femminili si interrogano con espressioni di meraviglia su notti di luna piena e di bianchi fantasmi. Enrico Maria Gonzaga, figlio d'arte, non ama il grande palcoscenico della visibilità, ma ama il suo mondo, sia pure negli angusti limiti delle pareti di uno studio, sia pure tra gli spazi cementati della Metropoli, che la fantasia può ampliare oltre tutti i confini.
Enrico Maria Gonzaga si esprime e si qualifica nelle sue opere, ove la cultura e la sensibilità ci danno il segnale di una attività contemporanea che porta la raffinatezza e il gusto del loro interlocutore. Il problema essenziale rimane per l'umanità in genere, rimane per noi singoli individui presi nell'ingranaggio mistificatore della società. Si annulla e svanisce sulla soglia incantata di Enrico Maria Gonzaga, pittore ed artista.

Giorgio Falossi


Enrico Maria Gonzaga vive e opera a Milano, ha esposto in Italia e all´estero ed è figlio di Giovan Francesco Gonzaga (con cui ha collaborato), dunque figlio d´arte. Ha trovato sin da ragazzo una linea espressiva improntata al fantastico e all´onirco, coltivando contemporaneamente anche la passione per la musica e la scrittura. Le sue tematiche si sono evolute nel tempo verso una riflessione interiore tendente al filosofico e a una sorta di misticismo dualistico che traspare da certe immagini molto elaborate e complesse, immagini che spesso richiedono lunghi tempi di lavorazione. Oltre alla pittura ad olio, pur restando regina, Enrico Maria Gonzaga è interessato alle possibilità del ″nuovo mondo″ della grafica digitale, che concepisce però in maniera estremamente pittorica poiché, come lui dice ″Davanti al nuovo non bisogna rifiutare nulla, tranne la banalità, ma senza dimenticare da dove si viene″. Per Enrico Maria Gonzaga queste due tecniche hanno lo stesso grado di parentela che ha il teatro con il cinema che, per quanto artificiale o artificioso, prima ancora di nascere era già in fieri, nel modo che hanno gli uomini di sognare; quello che resta appannaggio esclusivo della fissità di un quadro è la sua vittoria sul tempo, da cui esce sotto forma di impronta, ovvero di icona.
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